Salbitschijen Westgrat

La Salbit era un sogno che avevamo nel cassetto orami da quasi tre anni, un nome che riecheggiava quando si parlava di pianificare un’avventura con la A maiuscola, ma che, per un motivo o per l’altro, è sempre rimasto li.

Quest’anno si sono allineati vari pianeti, in primis quelli riguardanti il meteo, perché per affrontare la cresta ovest della Salbitschijen, la Westgrat, ci volevano due giornate pressoché perfette. La Westgrat conta 32 tiri, 6 torri, svariate calate e una roccia fenomenale dall’inizio alla fine. Abbiamo deciso di farla in due giorni, bivaccando su una torre.

La pianificazione dei preparativi questa volta non comprendeva solo il materiale alpinistico bensì anche fare i conti con tutto ciò che ci sarebbe servito per bivaccare su una delle torri, dunque sacco a pelo, materassino, sacco bivacco, uno strato caldo, cibo, fornelletto, e 4 litri d’acqua a testa. Insomma non proprio uno zaino da avventura fast and light.

Domenica 30 settembre ero a fotografare i mondiali di MTB in Val di Sole e Marco mi scrive dicendo “Amore, come va? Sei libera? Dopo ti dico una cosa”. Chi mi conosce sa che la pazienza non è una delle mie migliori qualità, brutalmente soppiantata giornalmente dalla curiosità, quindi mi trovo a rispondere “Dimmi subito, che sono tra una gara e l’altra”. Mi chiede se mi va di partire il giorno dopo per fare la Salbit. Giusto il tempo di fare un cambio zaino e attrezzatura, e la mattina del giorno seguente siamo in macchina in direzione Göschenen.

Il piano è di dormire alla Salbit Hütte e attaccare la cresta il giorno dopo con le prime luci. Abbiamo tutto il giorno a disposizione visto che prevediamo di dormire sulla terza torre, in quello che viene chiamato il “Salbit Hotel”. 

Il rifugista ci chiede i nostri piani e ci sconsiglia di fare la Westgrat in due giorni perché, testuali sue parole, “non è divertente scalare con lo zaino pesante”. Ma questa cresta se la tirerà tutta Marco, e pensare di fare 32 tiri di fila, non in alternato, è impegnativo. Pensiamo ai nostri piedi, valutiamo come potrebbe essere la nostra freschezza mentale, e decidiamo di rimanere fedeli al nostro progetto. Inoltre, io non ho mai dormito in parete e la cosa mi gasa abbastanza!

Partiamo dalla Salbit Hutte prima dell’alba, e ci troviamo all’attacco del primo tiro con il sole che inizia ad illuminare la base della parete. E meno male. Sapevamo che il primo tiro era un mezzo palo nei denti, e farlo al buio, con la roccia umida non ci avrebbe aiutato. Se poi vogliamo aggiungere i 9 chili a testa del nostro zaino, senza contare il materiale già attaccato all’imbrago, fortuna che almeno il sole ha reso tutto, almeno alla vista, più piacevole.

A parte il primo il tiro i successivi 8 per arrivare in cima alla prima torre filano via veloci, lo zaino si sente ma non è troppo di intralcio. Due calate brevi e siamo all’attacco della seconda torre. Qui i primi due tiri si impennano, e lo zaino si sente eccome. Per essere un 6a ed un 5c non sono proprio banali affrontati con il nostro overweight,

In cima alla seconda torre ci prendiamo il tempo di bere e mangiare. Il viaggio è ancora lungo e non vogliamo trovarci in mezzo ad una crisi di fame o di sete. Quando raggiugiamo il Salbit Hotel, sono quasi 9h che scaliamo, pause comprese. Ci fermiamo, entusiasti delle piazzole che abbiamo a disposizione. Non abbiamo visto nessuno in tutto il giorno e siamo soli in tutta la Westgrat. Incredibile se pensiamo che quando eravamo stati qui due settimane prima, per fare la Sudgrat, vedevamo un sacco di cordate su queste pareti. 

Prepariamo il nostro bivacco e la cena. Inutile dire che il riso delle buste era il più buono di sempre. Ci godiamo il tramonto, con un timido sole che cerca di farsi spazio tra le nebbie che corrono veloci.

Durante la notte si è alzato un po’ di vento, e come temperatura nei nostri sacchi a pelo eravamo giusti giusti. Scaldiamo l’acqua per il the. Il sole non si fa vedere. Ripartiamo poco prima delle 8 con addosso calzamaglia e termica. Ci caliamo. Nell’intaglio tra le torri tira un forte vento da nord. Le mie mani sono congelate dopo aver fatto il primo tiro in una offwidht non troppo facile. Guardo Marco, consapevole che sarà una giornata lunga. 

Procediamo più velocemente rispetto al giorno prima, abbiamo meno peso e forse ci stiamo anche abituando a questa cavalcata tra torri e spigoli in opposizione.

Quando siamo quasi in cima alla quinta torre esce il sole. Il paesaggio cambia, il vento cala, e io abbandono il piumino. Ci guardiamo intorno consapevoli che ormai non manca troppo alla famosa ultima punta. 

Sulla sesta torre c’è il tiro in A0. Non proprio un “ciapa e tira". O chi ha chiodato aveva un’apertura di braccia estrema o agli svizzeri piaceva l’idea di lasciare un po’ di pepe anche qui 😉

Gli ultimi tiri sono chiamati Rateau de Chevre. Uno spigolo tutto da affrontare in opposizione. Tanto estetico quanto delicato, visto che è improteggibile per parecchi metri. Qui qualche spit in più, considerata anche la stanchezza mentale che si stava accumulando per le due tanto belle quanto intense giornate consecutive, avrebbe fatto piacere.

[La via è stata richiodata e forse si può dire “addomesticata” nel 2024. Non conosciamo come fosse la chiodatura precedente, sicuramente sono stati messi alcuni spit di progressione per non far perdere “la retta via”, più altri spit dove strettamente necessario. Si può integrare facilmente ma è bene avere un buon margine sul grado, soprattutto se si scala con uno zaino pesante. Da non sottovalutare che i gradi sono stretti].

Dopo l’ultimo Rateau de Chevre vediamo la fiamma. Ci invade una sensazione di soddisfazione che era da un po’ che non provavamo.

La scaliamo e rimaniamo seduti in cima per qualche minuto ad osservare tutta la “strada fatta”. Si vede la torre dove abbiamo dormito. Un viaggio tra torri e fil di cresta. Finalmente possiamo dirlo: “siamo in cima alla Salbit”.

Un sogno che si avvera. Che si è fatto attendere, ma che è arrivato nel momento giusto. All’improvviso si, ma consapevoli di avere molta più esperienza ora rispetto a quanta ne avremmo avuta quando ci è sorta l’idea. 

E come tutte le avventure più impegnative, questa sarà una di quelle che rimarrà vivida nei nostri ricordi per un bel po’. E non si tratta solo della scalata o della sua estetica, bensì un insieme di pianificazione, attesa, desiderio, curiosità per dormire in parete, e soprattutto condivisione di esperienze così con il mio Marco.

 

Note Salbit Westgrat

Avvicinamento carichi come dei muli 1h30 dal parcheggio al rifugio.

Dal rifugio attacco della via 1h30 con calma.

Partenza primo tiro dietro al bivacco ore 8.12. Targhetta salbit westgrat alla base.

Primo tiro con zaino pesante e a freddo lo trovato impegnativo.

I tiri seguenti fino all ultimo sono facili e si scalano facilmente ma sono un po' da individuare in mezzo all’erba. l'ultimo tiro sale un dietro a V dove ho messo un friend e ho azzerato.

Dalla cima della prima torre, ore 10.53, due doppie corte portano alla base della seconda torre. 

Il primo tiro è un 5c che per essere 5c lo trovato impegnativo. Il secondo tiro di 6a rimane impegnativo. Se ci si sposta a destra in prossimità di una fessura aggettante è più facile.

I rimanenti tiri sono facili. 

Diversi posti in cima alla seconda torre, ore 14, per bivaccare. Bei bivacchi.

Dalla seconda torre doppia di 10 e poi 50 metri porta alla base della terza. Seconda doppia su muro liscio molto improbabile incastrare le corde.

Il primo tiro della terza torre parte sulla destra. Spit visibile. Ore 16 inizio terza torre. Facile

Il secondo tiro della terza torre muretto di 10 metri un po' strapiombante dove non avevo cazzi e ho azzerato brutalmente su spit. Il resto per arrivare in cima alla terza torre è facile. 

In cima alla terza torre, ore 17, ci sono diverse piazzole per dormire. Due piazzole da due sono completamente riparate dalla pioggia. Altre 2 sono all aperto. Molto bello per bivaccare.

Per arrivare a prendere la calata dalla cima della terza torre salire un muro di circa 2 metri. Uscita tipo "esco dalla piscina".

Dalla terza torre doppia da 40 metri. Scomoda la partenza. 

Partenza sulla quarta torre ore 8.15.

Tiro di 5a. Secondo tiro 6b a 0. Ho tirato i rinvi su due spit poi ho incastrato un friend e azzerato brutalmente. 

Tiro di offwitht di 5c poi un 4c portano in cima alla 4 torre. Per arrivare alla calata si passa a sinistra della torre lato nord.

Dalla cima della quarta torre calata corta fino ad una sosta fatta di cordini e moschettone vecchio. Altra calata da 20 metri portano alla base della 5 torre dove ci sono diverse piazzole per dormire. Una piazzola sotto lo strapiombo è riparata dalla pioggia. Posto comodo ma non bellissimo per dormire.

Partenza della quinta torre in un diedrino ore 10.10. Spit visibile in alto. Dopo che si svalica verso sud si trova un masso con uno spit. Fare sosta.

Da lì si riparte andando a destra. Superare uno spigolo con spit. Disarampicare 1-2m verso destra, e risalire fino in cima dove si fa sosta.  Da li traversare su crestina e fare sosta prima del traverso con fessurino. Sosta su uno spit. Tiro successivo parte in traverso. Ci sono diversi spit e si azzera facilmente ma si fa anche in libera. Poi sale per fessure. Sosta a metà muro. Ultimo tiro di 5c sempre impegnativo porta in cima alla quinta torre. Dalla cima doppia corta di 15 metri porta alla base della sesta e ultima torre. 

Si riparte orizzontalmente su una cresta e si fa un traverso A0 su spit.  Non si fa più il pendolo come una volta. Dopo il traverso si sale e poi si scende andando a sostare alla base del tiro di 6a A0. Il tiro successivo parte verticale su spit, non proprio A0. Un po' bisogna impegnarsi. Si prosegue sul Rateau de Chevre. Esposto e con spit distanti. Tiro lungo da 40/50 metri. Il tiro successivo parte con un bello slego sempre su Rateau de Chevre. Più semplice rispetto al primo ma partenza engagé. Il resto per arrivare in cima facile. Per arrivare alla base della fiamma si passa sinistra su terreno facile . Ultimo tiro per arrivare in cima alla fiamma con un solo chiodo e poi slego facile fino in cima. Circa 10 metri. Ci si cala su anello verso nord. Cima della fiamma 14.30

Per farla in giornata secondo me si deve essere 2 bravi pari livello. Noi abbiamo impiegato senza correre circa 15 ore complessive di scalata.

Materiale.

Corda singola 50 metri

Rad line 60 metri

Serie di Friend 0,3-3

10 rinvii dei quali qualcuno allungabile, fettucce.

Sacco a pelo e materassino leggero, sacco bivacco, Fornello, 4 buste, Circa 3,5/4 litri a testa. 3 gel e 5 barrette. Drone e macchina foto.

il granito svizzero

Un viaggio pianificato solo a metà, pieno di imprevisti meccanici (Caddy ai box riconsegnatoci giusto il giorno prima di partire), e di cambiamenti meteorologici che ci hanno fatto passare dal piano A al piano B e talvolta anche a quello C.

Una cosa però era certa fin dall’inizio: volevamo fare una cresta della Salbitschijen. La West era troppo azzardata visto quanti giorni io ho scalato su granito nell’ultimo anno (uno) e dunque abbiamo optato per la Südgrat. Un piano B che si è rivelato una figata. Una cavalcata di 16 tiri intervallati da 3 calate, su roccia fenomenale e gradi totalmente sandbag 😉 un continuo balcone con vista sulla Westgrat, che rimarrà nella lista per il futuro. 

Un paio di tiri per prendere confidenza con il granito a 5 stelle, e con il caldo che ci ha fatto completamente scoppiare i piedi prima ancora della fine del primo giorno.

Una giornata di soddisfazione partita dal fondo valle, con le luci dell’alba alle nostre spalle ed una Salbit subito illuminata dai primi raggi. Una giornata che allo stesso tempo ci saremmo aspettata più breve: avevamo deciso di partire relativamente con calma, sperando di non incontrare il traffico delle cordate partite dal rifugio, ma alla fine ci siamo trovati a fare un’ora di pausa in una sosta per attendere il defluire delle cordate davanti a noi, ed a tornare alla macchina pronti per il meritato aperitivo anziché per merenda 😉

Il giorno seguente decidiamo di prendercerlo easy. Dormiamo affianco al fiume al passo san Gottardo, dove ci svegliamo la mattina con i campanacci delle mucche appena uscite dalla stalla. Sappiamo che con questo caldo i piedi non potrebbero reggere un’altra via da 16 tiri e dunque ci dirigiamo in direzione Furka pass per la via “Conquest of Paradise” sulla Hannibal Turm. Via plaisir e divertente, con sorpresa e riposo d’eccezione in cima! Questo granito ci sta piacendo un sacco e siamo gasati per le prossime vie, peccato che il meteo non voglia essere dalla nostra parte. Piazziamo una sveglia alle 5, e finiamo per spegnerla, girarci dall’altra parte, ed andare a correre. Ci spostiamo al Grimsel pass e lì ancora, altra sveglia alle 6, apriamo la portiera, guardiamo fuori, e torniamo di nuovo a dormire. Queste placche, data la loro inclinazione, si bagnano subito e vista l’acqua fatta di notte non c’era speranza per noi di scalare la via che avevamo scelto, che sarebbe andata al sole nel primo pomeriggio, orario in cui avrebbe dovuto iniziare (nuovamente) a piovere. Piano C? O D ormai?!? Ci buttiamo su una via di placca che avrebbe preso sole già dal primo mattino poco sotto la seconda diga del Grimsel Hospiz, chiamata Fliegender Teppich, ossia tappeto volante. Lascio a voi immaginare la conformazione e l’inclinazione della roccia. Ed è qui che torna all’attacco, dopo la giornata al Furka pass, #barefootMarc! Se qui le dita e gli avambracci non si ghisano, in compenso piedi e polpacci ci usano tutti!

Nel giorno dove metteva più pioggia decidiamo di fare una pompata fino all’Eggishorn, a vedere il ghiacciaio dell’Aletschhorn, il più lungo delle alpi. 1900 metri di dislivello in cui siamo passati da un’alba stupenda ad un white out totale, dove oltre a noi ed ai massi di granito intravedevamo solo i profili delle mucche al pascolo. Una volta in cima le nuvole si sono diradate e la lingua del ghiacciaio si è lasciata ammirare. Un ghiacciaio immenso, ma che sta soffrendo come tutti gli altri. Tanti pensieri arrivano alla mente nell’osservarlo. 

Torniamo alla macchina sotto l’acqua. Abbiamo ancora la speranza nel sole del giorno successivo e almeno una via in mente, un piano A, che non vorremmo cancellare. Ma di notte sentiamo le gocce sul tetto del Caddy, ci troviamo a rimandare la sveglia, a guardarci negli occhi e ad ammettere che la Svizzera ci sta dicendo di tornare più avanti. 

Ogni avventura ha delle parole chiave. La nostra questa volta se ne è conquistata varie: granito, placche, Rivella, pioggia e anche attesa. Si, attesa del bel tempo, attesa che asciughi, e anche attesa in via! Ma soprattutto, attesa di ritornarci 😉

...to be continued 😉

Kalymnos, l'isola dei climbers

L’isola dei tufas, dei motorini, delle capre in mezzo alla strada e del distributore solo da una parte dell’isola. L’isola delle delle Mythos e dei tiri che sono più duri da smontare che non da fare (o forse no hahah). L’isola dove ti conosci condividendo un taxi fuori dall’aereoporto e finisci per condividere un viaggio.

La decisione di andare Kalymnos è stata presa all’ultimo, senza pensarci troppo e sopratutto senza nessuna preparazione (nessuna arrampicata sugli strapiombi prima di partire e nessuna famigliarità con i knee pads), giusto per vivere appieno il disagio di non sapere come, o cosa (haha), incastrare.

Partire per un viaggio arrampicatorio di sola falesia porta con se spensieratezza e meno pensieri legati al meteo, alle ore di luce e al materiale. Due zaini e una sacca con corda e rinvii e siamo abbondantemente a posto per 10 giorni. Sfogliamo la guida che abbiamo a casa, edizione 2010. All’epoca sull’isola si contavano 1200 tiri, ora i tiri chiodati sono arrivati a 4600. Un’isola dove la roccia padroneggia, dove la maggiore incertezza risiede nel “in che falesia vorrò scalare oggi”?! Una continua sorpresa di pareti affacciate sul mare, con tufas dalle dimensioni più disparate. Finalmente do un volto a Telendos con i miei occhi. Quante volte l’ho vista pubblicata nelle foto di altri.

Sbarcati a Kalymnos incontriamo subito Marta e Gigia, ormai in confidenza con le canne da 10 giorni. Finiamo a cenare in una taverna casalinga, a Palionisos. Gatti, spugne, insalate piene di cipolla dolcissima, una musaka della dimensione di una mattonella ed un mood che, a pelle, mi piace già un casino.

Il giorno successivo decidiamo di andare a scalare a Telendos. Attraversando Masouri alle 8.30 del mattino si vede solo gente con lo zaino in spalla che si appropinqua in strada per prendere i motorini. Sono tutti climber, tutti. Non so come descriverlo, ma è una bellissima atmosfera. Telendos ci offrirà gli unici tiri verticali e a tacche della settimana, uno più bello dell’altro. Marco e Gigia si portano a casa una bella soddisfazione, alla quale brindiamo guardando il sole che si tuffa in mare.

Prima di partire avevamo preventivato dei giorni di rest, sebbene sia talmente figo che quasi scoccia fermarsi! Ma d’altronde la scalata è molto più fisica di quella a cui siamo abituati e, nonostante la pelle non si consumi così tanto qui, gli avambracci però si gonfiano presto.

Ora, al quarto giorno, ricordiamoci bene questo rest day, perché alla fine sarà l’unico che avremo fatto.

Ci rincontriamo con Dani e Seba, conosciuti fuori dall’aereoporto, che saranno la sorpresa più bella di questa settimana. Risate, tetti improbabili, ticket di attesa per DNA, viaggi della speranza in motorino, pollici alzati e tante energie positive condivise, anche “on the road”.

Falesie fighissime in cui siamo finiti sbagliando strada (tutta colpa mia), e pomeriggi condivisi con Asia e Fede. Ti siedi ad un tavolino con 6 sedie e finisci per aggiungerne altre 5.

Al mattino ci svegliamo e vediamo il mare. Alloggiamo nella parte più a nord dell’isola, Emporios, una cala tanto bella quanto silenziosa. Helene ci racconterà il curioso significato del nome del villaggio. Gli ultimi giorni il meteo non era dei migliori, abbiamo iniziato facendo sicura con il piumino e abbiamo finito con un caldo ed un’umidità che non ci aspettavamo. Una notte di pioggia e tempesta di fulmini. Il sole è ancora dietro alle nuvole, il paese è ancora in ombra. Mi sembrava che le previsioni dessero coperto con possibili piogge. Incontro Edvokia sul vialetto fuori dalla stanza e mi dice “today is gonna be a good and sunny day”. La guardo assonnata, forse anche un po’ stranita, mi sembrava di aver visto una previsione diversa. Lei coglie la mia perplessità e con una semplicità disarmante afferma: “look up, don’t you think?”. Il sole illumina la baia e sarà un’altra magnifica giornata.

Weiss Battisti Colli

Il primo ad averci nominato la Pala della Ghiaccia è stato Icio. Ci ha detto “andate a fare la Weiss-Battisti-Colli che è bellissima”.

Da quella frase è passato qualche anno e chissà se Icio se lo ricorda. E noi per anni abbiamo lasciato l’idea involontariamente nel cassetto.

Ma ecco che domenica scorsa, un po’ a caso, di fronte all’indecisione data dalla troppa scelta delle vie da fare, a Marco è ritornata in mente questa linea. Attratti dal posto bellissimo dove si trova e dall’assenza delle macchine nelle vicinanze (siamo a ferragosto), optiamo per lasciare Cortina, dove Marco aveva appena fatto una via sulla Tofana di Rozes, per andare nel gruppo del Catinaccio.

L’avvicinamento è comodo, ed il mattino seguente, con una sveglia tutt’altro che alpinistica, iniziamo a camminare verso le 9. Più ci avviciniamo e più la parete sembra imponente e verticale. O forse dovrei dire “è”, imponente e verticale. Uno scudo di roccia grigia già a prima vista bellissima.

I primi tre tiri non sono troppo entusiasmanti ma dal quarto la marcia cambia. Un susseguirsi di tratti verticali e traversi più o meno esposti, con un’arrampicata elegante ma soprattutto delicata. Marco come sempre sale leggero e sicuro, ma senza correre. La via è interamente da proteggere, le soste a chiodi e talvolta da integrare. L’unico rumore è quello delle nostre voci, il tintinnio dei rinvii e dei friends appesi all’imbrago e il nostro respiro. Il passo delle scalette che vediamo sotto di noi non è affatto frequentato, a differenza del sentiero che porta alle iconiche torri del Vajolet. 

Il tiro chiave è il nono. Un traverso esposto e super estetico, ma ormai, non essendo il primo, mi intimorisce meno del solito. Marco l’ha protetto con due friend, prima di un chiodo e dell’unico spit di tutta la via. Il 3 blu è messo benissimo tant’è che la ghisata più grande l’ho presa proprio togliendo il blu, che non voleva uscire. 

La via è tutta da scalare, fino alla fine. Io finisco con i piedi completamente scoppiati ma con un’inaspettata piacevole soddisfazione.

La sensazione è quella di quando parti la mattina per fare sì una via bella, ma non ti aspetti che sia così bella; quella di quando sai che non sarà facile, ma non pensi a questa continuità; quella della consapevolezza di trovarti in un bel posto, ma senza immaginare che potesse essere così affascinante.

Forse, avessi saputo tutto questo, il concetto di avventura e sano stupore avrebbe un'enfasi diversa. E forse, non avrei neanche dormito 9 ore filate nel caddy come se dovessimo andare a fare una passeggiata di salute su per il passo delle scalette, che in discesa, con i piedi doloranti, ho trovato più lungo di tutta la via hahah

Bike and Climb con Magda

Ogni tanto le cose “buttate li” sono quelle che riescono meglio, o forse proprio perché un po’ poco pianificate e dunque sognate, ci lasceranno in seguito un sorriso ancora più inaspettato.

Per il nostro viaggio siamo partite da un vago “facciamo qualche giorno in Dolomiti”, e siamo finite a fare un viaggio bike to climb in Francia, nel Brianconnaise.

Se qualcuno avesse visto il casino tra borse, attrezzatura e disagio generale che avevamo fuori dalla porta di casa solo qualche ora pre partenza probabilmente non avrebbe scommesso su di noi! Le mezze? Portiamo una singola da 60m. I friend? Solo 4. Tenda? La abbandoniamo. Al portapacchi manca un pezzo. Tu porti il costume io il deodorante. Luci? Portala tu, poi stai dietro dietro, così ci vedono.   

Ma alla fine siamo partite, a Tetris abbiamo giocato bene e la gioia di andare all’avventura ha vinto contro ogni pianificazione, nonché sull’allenamento 😉

Prima tappa Oulx - Briancon, dove faremo base per tre giorni, giusto il tempo di sentirci a casa, che vuol dire puntare la boulangerie più vicina e trovare la gelateria più buona. 

Da qui il giorno successivo pedaliamo verso le Tenalles de Montbrison per fare una via lunga. Posto magnifico con una salita su una strada sterrata che mi sono proprio goduta! ..Magda invece forse mi ha un po’ odiata per la scelta haha

Abbiamo scalato sulle placche della “fiesta del sud”, consapevoli che l’arrampicata, sarebbe stata l’obbiettivo della giornata. 

Il viaggio il bici, con il suo ritmo lento, ti lascia tutto il tempo di guardati attorno e di osservare il paesaggio. Poche chiacchere, qualche incitamento in salita, per il resto solo il rumore del respiro, talvolta affannato, a farti compagnia.

Ed è così che dopo questa giornata entriamo appieno nel mood del viaggio. L’orologio mentale va settato in modo diverso, e sicuramente la soddisfazione ha un’altra unità di misura.  

Tre giorni sulle creste di casa con Marco

Mancano pochi giorni alla mia seconda uscita estiva con Marco, un cliente/amico ormai diventato compagno abituale di mille avventure. Come spesso accade, passo le serate a scrutare le previsioni meteo per capire se il nostro obiettivo iniziale sarà realizzabile: la Biancograt al Piz Bernina, seguita dalla traversata dei Piz Palü.

Purtroppo, il meteo non è dalla nostra parte. Una nevicata in quota è prevista proprio il giorno prima della salita, e l’idea di ravanare con i ramponi su una cresta sporca di neve non entusiasma né me né lui. Controllo anche il meteo sul nostro “piano B”, la traversata dei Breithorn… ancora peggio 😂

Mi confronto con Marco, che come sempre mi dice: “Fai tu, sicuramente sarà una bella avventura!” Così decidiamo di cambiare rotta, senza rinunciare all’estetica e all’impegno: ci spostiamo sulle montagne di casa mia, tra Piemonte e la vicinissima Francia, con campo base a Oulx.

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Pirenei climbing trip

Se dicessimo che sognavamo da tempo di andare nei Pirenei, mentiremmo.
Non avevamo le idee chiare su come sfruttare questi primi dieci giorni di luglio. All’inizio pensavamo ai Picos de Europa, ma poi, per vari motivi, abbiamo cambiato rotta. Dunque perché non fermarsi un po’ prima e scoprire i Pirenei? 

A me, alla parola “Pirenei”, viene in mente una vecchia canzone che mi cantava mia nonna:
“Signorina Macabei venga fuori dica lei… dove sono i Pirenei? Professore, io non lo so, lo dica lei… ♪♩♬” 

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Sardegna Climbing Trip

Preparare la macchina con la consapevolezza che andremo a fare delle vie insieme. Corde, rinvii, friend, diversi paia di scarpette, libri delle vie lunghe e delle falesie. Torniamo ad Avventurarci tutti!

Eh già! E questa sensazione con un misto di eccitamento ed agitazione l’avevo provata già due mesi fa, prima partire per la Norvegia e per la Turchia con gli sci nella sacca. Sì, cose che ho imparato a non dare per scontato e ad apprezzare ancora di più.

Abbiamo un po’ di tempo prima dell’inizio del Selvaggio Blu e abbiamo deciso di spendere qualche giorno nel nord della Sardegna per fare qualche via lunga sul granito. In pratica abbiamo ricominciato da dove avevamo lasciato: dal granito e le placche della Corsica con il suo “Le Dos de l’Elefant” alla Sardegna con il granito di Capo Testa e dell’affascinante Valle della Luna.

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Ceüse

Quando ho iniziato a frequentare Marco lui doveva fare una tesina per il corso guide e mi aveva detto: andiamo a Ceüse, mi aiuti a fare un paio di foto, ti porto nella falesia più bella del mondo.

Questa frase mi è sempre rimasta impressa e, dopo averla vista, come dargli torto. Una scogliera che si erge solitaria a 2000m, lunga un paio di km, con roccia sempre magnifica ed un’estetica unica.

Sulle sue pareti troviamo alcuni tra i tiri più famosi al mondo. La sua roccia è stata toccata da nomi che hanno segnato il mondo dell’arrampicata. Per raggiungere la falesia c’è un sentiero di circa 4km e 550d+. Ci sono un paio di punti dove salendo si scorge la falesia. Non so quante volte Marco sia stato qui, tantissime considerando che è a poco più di 2h da Oulx. Ora abbiamo deciso di passarci le vacanze, e anche all’ottava volta di fila che percorro questo sentiero, una volta arrivati nei due spot mi è naturale alzare gli occhi verso queste pareti così attraenti, e fotografarle. Stesso posto, tutti i giorni.

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Corsica Gran Tour

 

 

Questa volta dalla nostra avventura di 13 giorni in Corsica nell'ottobre dell'anno scorso ne è uscita una miniserie da 7 episodi. Qui li trovate tutti, a breve troverete anche il racconto.. per ora vi lasciamo alle immagini, che già parlano da sole.

Un po' di nostalgia nel rivivere questi momenti a distanza di mesi, ma è solo lo stimolo per organizzare la prossima avventura!

Per chiudere il cerchio, l'ultimo video dovete andarlo a vedere sul nostro canale YouTube!