Era da più di un mese che non facevamo un’avventura insieme, e che io non toccavo roccia. Entrambi nell’ultimo periodo (per fortuna) abbiamo lavorato a bomba, e, nei momenti in cui ci siamo trovati liberi da impegni, il meteo non ci ha mai graziati.
Morale io fremevo per vivere un’altra avventura insieme, per finire le giornate con le gambe fuse, per quella sensazione di stanchezza sana, nascosta solo da un grande sorriso di soddisfazione.
Ed eccoci a scegliere la nostra prossima meta: la fessura Buhl in val Pradidali, sulla cima Canali.
Avevamo sentito nominare questa via da un’amica, e dunque ci siamo incuriositi.
La via ha la fama di essere una delle più belle classiche dolomitiche, aperta da Buhl nel 1950, nel cuore del sontuoso gruppo delle Pale di San Martino.
Prepariamo il materiale e stampiamo le relazioni. Avremmo voluto dormire al Rifugio Pradidali e attaccare la via il mattino successivo, ma dato il poco preavviso, ed essendo la settimana di ferragosto, era tutto pieno. Poco male, non è la prima volta e non sarà l’ultima, partiremo da sotto.
La sveglia è puntata alle 4.30. 1100 metri di dislivello e due ore di cammino ci separano dal rifugio Pradidali, dove faremo una seconda abbondante colazione, prima degli altri 150m mancanti per l’attacco della via.
Tra me e me penso che da una parte sono quasi felice del fatto che siamo saliti in giornata. A guardare bene questa imponente parete fa quasi impressione. La sua linea si vede chiaramente già dal rifugio, e si nota tutta la sua verticalità.
La fessura Buhl corre quasi lungo tutta la parete, tranne che nei primi 3 tiri che sono in comune con la via Simon-Wiessner.
Sono eccitata, ma ho anche un minimo di pensieri: è da un mese che non tocco roccia e la via ha un bel po’ di passaggi strapiombanti; è tutta su chiodi (dove ce ne sono); c’è una discesa a piedi piuttosto lunga e soprattutto delicata, da affrontare dopo 5 ore di via, oppure, l’altra alternativa è calarsi su delle belle soste a chiodi. Se mi dicessero di scegliere così su due piedi non saprei quale potrebbe essere l’opzione “migliore” 😉 Comunque, alla discesa ci penseremo poi una volta arrivati in cima alla Buhl.
Attacchiamo la via alle 9. Data l’esposizione nord-ovest il sole oggi non lo vedremo molto. Ma poco male, per fortuna è una giornata splendida con una temperatura ottimale, ed il meteo non prevede precipitazioni.
La roccia è stupenda, la famosa roccia delle pale! La via già con il suo secondo tiro ci da una bella svegliata. Un signor V grado! Diedri, fessure e soprattutto camini, ci accompagneranno per tutte le sue undici lunghezze. Fino alla fine le difficoltà non si abbattono e nessun tiro ci regala nulla. Io non sono super a mio agio nei camini, ma comunque, tra una spaccata e l’altra, accuso questo stile old school meno del previsto, mentre Marco sembra (ed è) sempre leggero anche in mezzo a questi camini ed ai loro passaggi più fisici. Al pensiero che questa via sia stata aperta 70 anni fa, salendo di qua, ha dell’incredibile.
Il panorama alle nostre spalle è a dir poco magnifico. Selvaggio, secco, pieno di cime che svettano verso il cielo. La Buhl si fa apprezzare in tutta la sua verticalità e, ad ogni passaggio strapiombante, il paesaggio tanto bello che ci circonda fa sentire ancora più prepotentemente la sua presenza.
Allo scoccare della quinta ora siamo in cima alla Buhl. Già fino a qui è stato un bel viaggio!
Ora scatta il momento della scelta fatidica: andare in cima o calarsi? Appurato la bontà delle soste (sono quasi tutte state integrate con delle grosse clessidre), rimane il timore di incastrare le corde. Decidiamo così di andare in cima, ma non appena Marco esce dal pilastro quella che doveva essere una giornata senza pioggia sembra potenzialmente prendere una piega diversa. Dei nuvoloni neri appaiono all’orizzonte e visto che il meteo ultimamente fa un po’ quello che vuole decidiamo di rivedere la nostra decisione. Presto fatto, ci caliamo. Sollevata dal non dover affrontare una discesa ostica, visto che la via mi ha già “cotta” a puntino, e forte del fatto che le soste siano buone, ora subentra appunto l’altra preoccupazione: non incastrare le corde.
Decidiamo così di fare tutte calate brevi, andando di sosta in sosta anziché accorparne alcune (abbiamo saltato solo la sosta 8 e la 6). Solo calandosi forse ci rendiamo bene bene conto dell’esposizione della linea della parete. Quasi ad ogni calata ci sono stati dei tratti in cui i nostri piedi non toccavano la roccia.
La pazienza ci ha premiati e dopo un’ora e mezza di calate tocchiamo la cengia dove abbiamo attaccato.
Sistemiamo il materiale e ci giriamo per osservare ancora una volta la cima Canali, felici dell’avventura appena conclusasi. Devo ringraziare Marco che oggi, oltre ad avermi portato in cima, mi ha riportato anche a valle 😉
Io di mio, non posso che portarlo al rifugio per offrigli le più che meritate birre.
Al rifugio scambiamo qualche chiacchiera con il rifugista, con due ragazzi romani conosciuti grazie alla comune passione per le foto, e con due signori che poi si riveleranno gli zii di una carissima amica che è stata un po’ galeotta nell’inizio della nostra storia d’amore.
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Marco ha 29 anni, è di Bergamo. Io l’ho ribattezzato “Marc Márquez” non perché gli assomigli o vada in moto, ma perché va come una moto.
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