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Monte Bianco con Mirko e Gibo ed Enry

Sto rientrando da un’uscita alpinistica in Svizzera quando mi suona il telefono.
È Enry – Enri Chris Veronese per l’anagrafe – un amico e collega guida. Rispondo, e dall’altra parte sento:
“Per sabato trovati un’altra guida.”
Scoppiamo a ridere. È martedì, e lui è appena sceso dal Monte Bianco. Venerdì notte saremo di nuovo in marcia insieme, questa volta con Mirko e Gibo.

Mirko e Gibo sono due ragazzi di Milano. Ci siamo conosciuti due anni fa, durante la loro prima esperienza alpinistica: una salita sul massiccio del Monte Rosa.
Da allora è nata una bella amicizia. Mirko, in particolare, è ormai un compagno consolidato, con cui ho condiviso molte giornate in montagna. La scorsa estate abbiamo arrampicato sulle Dolomiti e sui satelliti del Monte Bianco, costruendo fiducia e passo dopo passo anche un bel curriculum.

Uno degli obiettivi principali di quest’estate è il Monte Bianco, salendo dalla via normale italiana, la cosiddetta “via del Papa”.
A mio avviso, è la più bella tra le vie normali alla vetta. Sicuramente la più selvaggia, e senza dubbio la più impegnativa.

Il primo giorno è caratterizzato da un lungo avvicinamento al Rifugio Gonella: circa 1400 metri di dislivello e un lungo sviluppo sul ghiacciaio del Miage, uno degli angoli più remoti e affascinanti del massiccio.

Il secondo giorno 1800 metri di dislivello tra ghiacciai crepacciati ed una lunga cresta fino ai 4808 metri del monte bianco e poi una lunga discesa verso la Francia.

Ci troviamo al parcheggio della Skyway, dove lasciamo una macchina e proseguiamo con la jeep di Gibo fino in fondo alla Val Veny. Da qui comincia la nostra lunga salita verso il tetto d’Europa.

È una bella giornata. Il caldo africano di questi giorni non è troppo fastidioso: una brezza leggera ci accompagna e ci rinfresca durante la camminata.
Tra sali e scendi, attraversiamo quel che resta del ghiacciaio del Miage, un ambiente austero e affascinante, che ci conduce fino al fondo della vallata. Da lì proseguiamo verso destra, e ci leghiamo per affrontare gli ultimi risalti che precedono il rifugio.

Il paesaggio è semplicemente spettacolare: siamo immersi nei ghiacciai, circondati da giganti di roccia e neve.
Arriviamo presto al Rifugio Gonella, dove ci concediamo un piatto di pasta e un po’ di riposo. La colazione è prevista a mezzanotte, quindi conviene dormire ora… o almeno provarci.
Dopo una buona cena ci sdraiamo nei letti, consapevoli che, se andrà bene, riusciremo a dormire un paio d’ore.

La sveglia suona alle 23:50.  Alle 00:30,  siamo con i ramponi ai piedi pronti a partire. Come da programma 😉

Appena usciti dal rifugio, il caldo anomalo di questi giorni si sente. Oggi lo zero termico è altissimo, e la neve nella parte bassa non ha rigelato ed il ghiacciaio comincia a mostrare i primi segni. Ci allunghiamo con la corda dove serve per attraversare crepacci enormi collegati da ponti di neve che non danno troppa sicurezza.

Saliamo regolari, mantenendo un buon ritmo, fino all’ultima rampa prima della cresta. Qui ci fermiamo per una pausa: mangiamo qualcosa, beviamo e ci mettiamo il guscio.
Fino a questo punto siamo davanti a tutte le altre cordate. La prima parte della cresta, un misto di neve e roccia marcia, è particolarmente delicata: meglio non avere nessuno sopra la testa in questo tratto.

Sbucati sulla cresta, ci accoglie un forte vento, che non ci lascerà più fino in cima.
Sono circa le 3 del mattino quando raggiungiamo il Piton des Italiens. È buio pesto e le luci delle nostre frontali ci fanno strada sulla cresta affilata. Raggiungiamo la capanna Vallot, dove ci concediamo una pausa. Qui ci rimettiamo il piumino e i copripantaloni: nonostante lo zero termico altissimo, il vento ci fa percepire temperature decisamente polari.

Usciamo dal bivacco che sono le 4:30 ed è ancora buio. Ci troviamo a 4362 metri di quota. Mancano ancora circa 450 metri di dislivello e circa un’ora e mezza di salita.

Questo è il tratto più duro. La stanchezza accumulata nei due giorni comincia a farsi sentire nelle gambe, e anche la quota si fa pesante. Ma poi comincia a schiarire.
L’alba che ci attende è spettacolare, e la fatica passa in secondo piano, assorbita dalla bellezza del momento.

Alle 6:00 in punto siamo tutti in vetta, insieme.
Sono passate cinque ore e mezza dalla partenza dal rifugio Gonella. Dei razzi! La soddisfazione è tanta.

Ci abbracciamo, ci congratuliamo, e ci prendiamo il tempo di guardarci attorno. Un momento per respirare, per realizzare cosa abbiamo fatto.

Scattiamo qualche foto di vetta, ci stringiamo in un ultimo selfie… poi via, veloci verso chamonix.

Manca ancora l’attraversamento del canalone del Goûter, un punto critico della discesa. È fondamentale passarlo prima che arrivi il sole, perché quando le temperature salgono, questo tratto scarica parecchie pietre.
Con passo veloce scendiamo fino al Rifugio Goûter, e da lì affrontiamo il lungo tratto su roccia che ci porta fino al canale. Lo attraversiamo senza problemi: siamo puntuali, sempre come da programma. Siamo meglio di una squadra di F1

Alle 9:30 siamo finalmente al Tête Rousse, dove ci concediamo la prima vera colazione della giornata: una Coca Cola fresca e un gigantesco cookie.

Ci sediamo,  ci guardiamo intorno, siamo fuori dai pericoli oggettivi e finalmente possiamo rilassarci. È il momento perfetto per assaporare davvero ciò che abbiamo fatto.

Gibo e Mirko sono stati bravissimi: veloci e ben acclimatati e ben allenati. Fondamentale entrambe le cose per divertirsi su una salita del genere.
Un grazie speciale va a Enry, amico e collega, che in una sola settimana è salito due volte sul Monte Bianco: una macchina da guerra, ma sempre con il sorriso e la battuta pronta.

Ora, con questo caldo  è il momento di lasciare da parte l’alta montagna’.
Scarponi e ramponi si prendono una pausa, e si torna ad essere leggeri alla scoperta di posti nuovi.  

Next stop Pireni!

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