Cervino con Marco

La salita al Cervino con Marco l’avremmo dovuta fare la scorsa estate, dopo la nostra uscita di preparazione sulla Biancograt. Poi, a causa del meteo, abbiamo dovuto rimandare a quest’anno.

Marco ha 29 anni, è di Bergamo. Io l’ho ribattezzato “Marc Márquez” non perché gli assomigli o vada in moto, ma perché va come una moto. Uno di quei ragazzi che, quando faccio la guida, spero sempre di avere “la gamba buona”, altrimenti diventa una giornata lunga… 😅

Abbiamo fissato la salita per agosto: in questo periodo, di solito, la cresta è pulita dalla neve e si può salire senza ramponi. Ci sentiamo qualche giorno prima: il meteo è stabile e la cresta è in condizioni perfette. Si parte.

Verso l’Oriondé

Ci troviamo a Cervinia nel primo pomeriggio e, con il passo “Marquez”, saliamo verso il rifugio Oriondé, dove passeremo la notte. L’accoglienza e il plaisir di avere una camera tutta per noi, con bagno e doccia, ci permettono di riposare al meglio prima della giornata che ci aspetta.

Al rifugio ci sono una dozzina di cordate, tra cui Claudio, collega e amico, anche lui diretto al Cervino. È la seconda volta che ci troviamo a scalare questa montagna lo stesso giorno: l’ultima fu quando salii con Alice.

Dopo un’abbondante colazione (anche il pane e le marmellate avanzate da chi è partito prima di noi!), partiamo alle 2:50. La prima parte, fino al Colle del Leone, scorre veloce: superiamo le cordate partite prima, il cielo è leggermente coperto e le alte temperature di questi giorni si sentono anche a 3.000 metri.

Al Colle facciamo una pausa: acqua, cibo, maglietta asciutta, ci imbraghiamo e leghiamo. Iniziano le prime corde fisse, e prima della Cheminée superiamo altre due cordate. Poco sotto la Carrel c’è il canapone più impegnativo di tutta la salita: meglio non avere nessuno davanti a fare tappo.

Sulla cresta all’alba

Alle 5 tiriamo la catena della “corda della sveglia” .Una serie di canaponi ci porta alla Gran Corda, e da qui siamo in cresta.
Una magnifica alba ci dà il buongiorno: Dent d’Hérens e Monte Bianco si tingono di rosa, e l’ombra perfetta del Cervino si allunga verso valle.

Al Pic Tyndall facciamo la seconda pausa: gel, barretta e acqua per restare concentrati. Da qui la cima sembra vicina… Sembra.
Ci raggiunge Teto, guida locale con il suo cliente. Gli chiedo: “Quanto manca alla cima?” e lui, indicando Marco: “Con lui? Un’ora.”

Siamo a 4.200 metri, e la quota comincia a farsi sentire, soprattutto sui canaponi e sulla scala Giordano. Qui rallentiamo un po’, io faccio qualche foto e mi godo gli ultimi metri.

In vetta alla Grande Becca

Superato l’ultimo tratto di corde fisse, do il cambio a Marco che mi porta in cima. Sono le 7:40, circa 5 ore dopo la partenza dall’Oriondé.
Non lo nascondo: le salite veloci mi piacciono, mi danno soddisfazione. Ma su questa montagna non è solo questione di “motore”: è lettura del terreno,  gestione della corda, della sicurezza, del passo di chi accompagno.

In vetta ci sono alpinisti saliti dalla normale svizzera. Ci prendiamo il tempo di goderci il panorama: il  massiccio del Monte Rosa, i 4000 di Saas Fee, Weisshorn, Obergabelhorn e Dent Blanche. Non c’è una nuvola in cielo ed è semplicemente uno spettacolo.

Selfie di vetta, e poi via per la lunga discesa verso valle.

La discesa è impegnativa tanto quanto la salita: serve concentrazione fino al Colle del Leone, dove ci sleghiamo e scendiamo con il solito passo Marquez fino alla meritatissima Coca Cola e panino dell’Oriondé.

Sul Cervino c’è poco da aggiungere: è sempre emozionante e di grande soddisfazione.
Bravo Marco: quelli come te sono uno stimolo a tutto l’allenamento che faccio quando non faccio la guida. 😄
Grazie!

Patrouille des Glaciers

Ormai risale a più di un anno fa da quando Marco è stato contattato da Gary.

Gary è un signore inglese che durante i mesi invernali scia spesso con Will, un maestro anche lui di madrelingua inglese che vive a Verbier. Will ha ospitato Marco l’anno scorso, quando stava lavorando in Svizzera per la formazione dei futuri maestri di sci per il modulo di freeride e freestyle. Gary ha una figlia laureata in medicina che lavora nei reparti di terapia intensiva. Penso sia del tutto superfluo sottolineare come questi ultimi due anni di Covid siano stati particolarmente duri per chi lavori negli ospedali.

E da qui l’idea di creare una raccolta fondi, per pagare del sostegno psicologico, per tutto il personale che operi nell’ambiente ospedaliero, e che ne abbia bisogno.

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