il granito svizzero

Un viaggio pianificato solo a metà, pieno di imprevisti meccanici (Caddy ai box riconsegnatoci giusto il giorno prima di partire), e di cambiamenti meteorologici che ci hanno fatto passare dal piano A al piano B e talvolta anche a quello C.

Una cosa però era certa fin dall’inizio: volevamo fare una cresta della Salbitschijen. La West era troppo azzardata visto quanti giorni io ho scalato su granito nell’ultimo anno (uno) e dunque abbiamo optato per la Südgrat. Un piano B che si è rivelato una figata. Una cavalcata di 16 tiri intervallati da 3 calate, su roccia fenomenale e gradi totalmente sandbag 😉 un continuo balcone con vista sulla Westgrat, che rimarrà nella lista per il futuro. 

Un paio di tiri per prendere confidenza con il granito a 5 stelle, e con il caldo che ci ha fatto completamente scoppiare i piedi prima ancora della fine del primo giorno.

Una giornata di soddisfazione partita dal fondo valle, con le luci dell’alba alle nostre spalle ed una Salbit subito illuminata dai primi raggi. Una giornata che allo stesso tempo ci saremmo aspettata più breve: avevamo deciso di partire relativamente con calma, sperando di non incontrare il traffico delle cordate partite dal rifugio, ma alla fine ci siamo trovati a fare un’ora di pausa in una sosta per attendere il defluire delle cordate davanti a noi, ed a tornare alla macchina pronti per il meritato aperitivo anziché per merenda 😉

Il giorno seguente decidiamo di prendercerlo easy. Dormiamo affianco al fiume al passo san Gottardo, dove ci svegliamo la mattina con i campanacci delle mucche appena uscite dalla stalla. Sappiamo che con questo caldo i piedi non potrebbero reggere un’altra via da 16 tiri e dunque ci dirigiamo in direzione Furka pass per la via “Conquest of Paradise” sulla Hannibal Turm. Via plaisir e divertente, con sorpresa e riposo d’eccezione in cima! Questo granito ci sta piacendo un sacco e siamo gasati per le prossime vie, peccato che il meteo non voglia essere dalla nostra parte. Piazziamo una sveglia alle 5, e finiamo per spegnerla, girarci dall’altra parte, ed andare a correre. Ci spostiamo al Grimsel pass e lì ancora, altra sveglia alle 6, apriamo la portiera, guardiamo fuori, e torniamo di nuovo a dormire. Queste placche, data la loro inclinazione, si bagnano subito e vista l’acqua fatta di notte non c’era speranza per noi di scalare la via che avevamo scelto, che sarebbe andata al sole nel primo pomeriggio, orario in cui avrebbe dovuto iniziare (nuovamente) a piovere. Piano C? O D ormai?!? Ci buttiamo su una via di placca che avrebbe preso sole già dal primo mattino poco sotto la seconda diga del Grimsel Hospiz, chiamata Fliegender Teppich, ossia tappeto volante. Lascio a voi immaginare la conformazione e l’inclinazione della roccia. Ed è qui che torna all’attacco, dopo la giornata al Furka pass, #barefootMarc! Se qui le dita e gli avambracci non si ghisano, in compenso piedi e polpacci ci usano tutti!

Nel giorno dove metteva più pioggia decidiamo di fare una pompata fino all’Eggishorn, a vedere il ghiacciaio dell’Aletschhorn, il più lungo delle alpi. 1900 metri di dislivello in cui siamo passati da un’alba stupenda ad un white out totale, dove oltre a noi ed ai massi di granito intravedevamo solo i profili delle mucche al pascolo. Una volta in cima le nuvole si sono diradate e la lingua del ghiacciaio si è lasciata ammirare. Un ghiacciaio immenso, ma che sta soffrendo come tutti gli altri. Tanti pensieri arrivano alla mente nell’osservarlo. 

Torniamo alla macchina sotto l’acqua. Abbiamo ancora la speranza nel sole del giorno successivo e almeno una via in mente, un piano A, che non vorremmo cancellare. Ma di notte sentiamo le gocce sul tetto del Caddy, ci troviamo a rimandare la sveglia, a guardarci negli occhi e ad ammettere che la Svizzera ci sta dicendo di tornare più avanti. 

Ogni avventura ha delle parole chiave. La nostra questa volta se ne è conquistata varie: granito, placche, Rivella, pioggia e anche attesa. Si, attesa del bel tempo, attesa che asciughi, e anche attesa in via! Ma soprattutto, attesa di ritornarci 😉

...to be continued 😉

Patrouille des Glaciers

Ormai risale a più di un anno fa da quando Marco è stato contattato da Gary.

Gary è un signore inglese che durante i mesi invernali scia spesso con Will, un maestro anche lui di madrelingua inglese che vive a Verbier. Will ha ospitato Marco l’anno scorso, quando stava lavorando in Svizzera per la formazione dei futuri maestri di sci per il modulo di freeride e freestyle. Gary ha una figlia laureata in medicina che lavora nei reparti di terapia intensiva. Penso sia del tutto superfluo sottolineare come questi ultimi due anni di Covid siano stati particolarmente duri per chi lavori negli ospedali.

E da qui l’idea di creare una raccolta fondi, per pagare del sostegno psicologico, per tutto il personale che operi nell’ambiente ospedaliero, e che ne abbia bisogno.

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