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scialpinismo in Bolivia

Sono sempre stata attratta dall’america latina. Dal quel caos felice, dai colori e dai sapori. Da quella lingua per me così affascinante che è lo spagnolo. La mia mente ha sempre associato questi luoghi a viaggi in paesi caldi o paesaggi tropicali.

E invece eccoci qui, a preparare la sacca degli sci con destinazione La Paz, in Bolivia.

Già solo prenotarla è stata un’avventura. Se è quasi scontato quando si vola verso i paesi nordici, altrettanto non si può dire per alcune compagnie aeree latinoamericane.

Arrivare in Bolivia è stato un lungo processo: da un’idea iniziale troppo ambiziosa come prima esperienza in alta quota, a una ricerca di luoghi selvaggi, esotici, dove sciare. Ore ed ore di ricerche on line, finché Marco trova il sito di una guida che era stata in Bolivia una decina di anni fa. Da li nasce una catena di contatti: sente Padre Topio, poi Miriam, ragazza piemontese, ormai residente in Bolivia, che gestisce un agenzia di viaggi tra La Paz e Peñas. Sarà lei ad aiutarci a organizzare tutta la logistica. E meno male, perché se pensate che guidare nelle grandi città del sud America possa essere caotico, non avete ancora visto nulla se non avete attraversato almeno una volta El Alto.

Questa volta non partiamo soli, ma in compagnia di Mike e Rafa. Mike è americano, conosce Marco da 15 anni, da quando è stato il suo maestro di sci a Verbier. Dallo sci in pista al park, fino al freeride. Gli anni passano, e Mike dall’Inghilterra dove viveva allora, si è trasferito a New York. Le passioni cambiano e i pantaloni baggy e gli sci twin tip hanno lasciato lo spazio allo scialpinismo e al desiderio di conquistarsi le discese in modo diverso. Rafa è peruviano, amico di Mike dai tempi del college. Hanno condiviso l’università, un appartamento a NY e una delle loro più grandi passioni, lo scialpinismo e la voglia di nuove avventure. Non saprei dire chi sia il più entusiasta tra i due. Due anni fa sono saliti in cima al Monte Bianco con Marco. E, fino a prima di questo viaggio in Bolivia, quella era per loro, e per tutti noi, la massima altitudine raggiunta. 

L’obiettivo è di sciare nella Cordillera Real e nella Cordillera occidentale. Abbiamo due settimane a disposizione e, nel nostro ambizioso programma, 5 cime da salire.

Per Marco è la prima volta in sud America. Per me, invece, è la prima volta sopra i 4500m. Già prima della partenza siamo travolti da un mix di curiosità e domande. Come reagirà il nostro corpo? Che condizioni troveremo? Come saranno queste montagne? E, domanda fondamentale, ce la faranno i nostri sci ad arrivare a destinazione?

Alla prima domanda troviamo subito risposta, sbarcando a La Paz alle 3 del mattino, trascinando le borse e la sacca degli sci! Io pensavo di essere senza fiato per il lungo viaggio poi Marco guarda l’orologio: “siamo a 4000m, e si sentono tutti”.

Prima di poter mettere gli occhi sulla Cordillera Real passeremo due giorni a La Paz, per acclimatarci, smaltire il fuso, e incontrare Mike e Rafa. 

La Paz è caotica, confusionaria, rossa. Rossa perché la maggior parte delle case è fatta di mattoni a vista, i ladrillos. Camminiamo per le sue strade affascinati da una città e da una realtà completamente diversa da quello a cui siamo abituati.

Dopo due giorni in città l’impazienza è tanta e finalmente ci spostiamo nel paesino di Peñas. 400 abitanti ed una vista incredibile sulla cordillera real. Il caos della città ha lasciato spazio alla distesa sconfinata dell’altiplano, e, oltre questo, alle cime della cordillera.

Poche strade, tutte sterrate, segnano l’accesso alle montagne. 

Il nostro primo obbiettivo è il Jisk’a pata, 5500m. Una delle cime più accessibili, quindi potenzialmente perfetta come prima avventura. Gli avvicinamenti sono lunghi: 1h30-2 di fuoristrada prima di iniziare a camminare, sci nello zaino, verso la neve. Io raggiungo il mio highest point di sempre già al parcheggio: 4700m. Il portage è lungo, il passo lento. Il battito sale subito. Il paesaggio aiuta, ma solo in parte. Alcuni lama curiosi ci osservano mentre risaliamo lungo un ruscello. Per noi è tutto nuovo, ed è magnifico. Dopo quasi due ore mettiamo gli sci. Siamo sul ghiacciaio. Il sole è fortissimo. Procediamo in cordata. I crepacci sono coperti, ma la prudenza è d’obbligo. Mike ed io sentiamo uno strano senso di perdita di equilibrio e la testa “leggera”. Rafa ha il cuore accelerato. Decidiamo insieme che per oggi va bene cosi e scendiamo. La neve è stupenda, ci sono condizioni primaverili. Tornando a valle invece che stare meglio, a me scoppia la testa. Dalle 13, una volta rientrati in hotel a Peñas, dormirò fino alle 6 del mattino successivo. 

Io e Rafa ci prendiamo un giorno di pausa abbassandoci di quota tornando nella parte più bassa di La Paz, a 3300m, mentre Marco e Mike si dirigono invece verso il Kasiri III, 5600m, in un’altra zona della Cordillera. Io li seguo tramite l’InReach e vedo le loro foto il giorno successivo. Il ghiacciaio è circondato da pendii rossastri che contrastano in maniera unica con il bianco delle neve. Loro sono entusiasti. Prima cima, una bella sciata e posto unico.

Il meteo per i giorni successivi non sembra dei migliori, quindi cambiamo piani e ci spostiamo a sud, anticipando la nostra partenza verso la cordillera occidentale, nel parco nazionale del Sajama. 7 ore di macchina ci portano nella zona dei vulcani. Montagne perfette, coni appuntiti che si stagliano verso il cielo, dominati dalla maestosità del Sajama.

Qui abbiamo due obbiettivi: Acotango 6052 e Parinacota, 6350m. 

Il paesino in cui alloggiamo è ancora più piccolo di Peñas. Sabbia per terra, un mix tra case in mattoni e costruzioni tradizionali con il tetto di paglia. Dormiremo proprio in due di queste. 

Denis è il nostro driver. Ci accompagnerà ovunque, cercando di orientarsi a notte fonda tra strade segnate solo dall’assenza di cespugli e dai solchi dei pneumatici di chi è passato prima di noi. 

Il parcheggio dell’Acotango è a 5300m. Faccio i primi passi e ho la sensazione che non mi arrivi ossigeno, come se stessi soffocando. Tra me e me penso che non arriverò mai in cima, e che forse il mio corpo non è fatto per queste quote. E invece, piano piano, con la luce dell’alba alle nostre spalle, qualcosa cambia. I miei polmoni, o forse la mia testa, iniziano ad adattarsi e a trarre energia da questo luogo così bello. Non c’è una nuvola in cielo. Parinacota Pomerape e Sajama si illuminano uno dopo l’altro. Procediamo lentamente, con passo costante. Mi emoziono ancora prima di arrivare in cima. È anche il giorno del mio 40esimo compleanno. Non avrei potuto desiderare un modo migliore per festeggiarlo. In vetta ci abbracciamo, prima cima boliviana per me e Rafa, prima cima di 6000m per tutti noi. Condividiamo il momento anche con padre Topio, grande alpinista, spostatosi a Sajama per questa giornata. Gli occhi si riempiono di lacrime ed il cuore di gioia.

Una parola che abbiamo imparato ad usare in Bolivia è “pazienza”. Pazienza per dare tempo al nostro corpo di acclimatarsi, pazienza per recuperare e per ascoltarsi. E così il giorno successivo all’Acotango il nostro massimo sforzo sono stati pochi passi verso i Geyser e le terme naturali. Il cielo è velato, perfetto per il giorno di riposo. In lontananza vediamo il vapore delle pozze. I vulcani sono spenti, ma sotto qualcosa ribolle ancora. Ci dobbiamo sforzare per non rimanere troppo in acqua e non stancarci troppo. il corpo ringrazia e i muscoli si rilassano.

Parinacota. Dall’inizio è stato l’obiettivo principale del viaggio. La cima sognata, quello che doveva dare senso a tutto. La giornata inizia prestissimo, i metri di dislivello sono quasi 1300 e, a queste quote, si sentono tutti. Denis deve gestire delle piste sabbiose non segnate sulla mappa, alle 3.30 del mattino, sotto un cielo pieno di stelle cadenti. Iniziamo a camminare prima del previsto, alle 5, a 5000 metri. Sotto i nostri piedi c’è un mix di pietre e sabbia nera. Siamo sulle pendici del vulcano, nuovamente baciati da un’alba incredibile. Procediamo lentamente e con ritmo costante. Arrivati alla neve non ci mettiamo neanche gli sci e indossiamo subito i ramponi. Il pendio è ripido e la neve dura. Ci è stato detto “la cima si vede, ma non arriva mai”, ed è stato esattamente così. Rafa mi passa un gel, Marco mi vede rallentare ed ad un certo punto si carica anche i miei sci. Prendo ancora due gel, e continuo a camminare. Nel cielo nuvole e sereno si alternano. Il cratere sommitale è li, ma non arriva. Sopra i 6000 tutto cambia. Lo sapevamo. Il ritmo rallenta drasticamente. Ci sentiamo tutti bene, ma la fatica è difficile da spiegare. caldo, nuvole, respiro corto. Poi, finalmente, raggiungiamo la cima. Ci abbracciamo, scrutiamo il gigantesco cratere. Guardiamo ii vulcani alle nostre spalle ed il deserto alla nostra sinistra. 

Un altro dei tanti momenti indimenticabili di questo viaggio è stata sicuramente la discesa

Se in una normale gita è la parte più “facile”, a questa quota diventa un’altra sfida. Dieci curve e devo fermarmi. 

Arriviamo alla macchina con gli scarponi ricoperti di sabbia nera. Segno della nostra presenza sul Parinacota. O meglio, del Parinacota su di noi. Siamo esausti. E felicissimi.

Ritorno a peñas.

Distrutti per distrutti tanto vale sfruttare il pomeriggio dormendo in macchina per tornare subito verso nord. Pensavamo che la salita del vulcano sarebbe stata la parte più difficile di oggi, ma ancora non sapevamo cosa avrebbe voluto dire attraversare El Alto al buio, sotto la pioggia, nella rush hour. 

Il giorno successivo Peñas ci accoglie con il sole. Ci sdraiamo nel giardino dell’hotel. Poche parole, tante immagini che scorrono nella mente.

Sentiamo che il nostro corpo ci chiede di riposare, e lo ascoltiamo.

Approfittiamo di questo giorno di riposo per capire la storia di questo luogo e la missione di  padre Topio. Una storia di passione per la montagna e amore verso il prossimo. Trasferitosi qui 16 anni fa dal lago di Como, Topio ha creato la prima università di turismo e montagna della Bolivia. Ha cercato un modo per coinvolgere i giovani, formarli e far si che abbiano un’opportunità lavorativa nel turismo. Ascoltare le sue parole sul passato di Peñas e la sua missione verso questi ragazzi è toccante. Ed ecco che un luogo che già ci piaceva, assume tutt’altro significato. Camminando sulla collina rocciosa alle spalle del paesino vediamo la porta del sole, il luogo di offerta alla pachamama, osserviamo i luoghi della parrocchia ed impariamo la storia delle cime che abbiamo di fronte.

Dentro di me penso sempre che la passione e l’entusiasmo siano contagiose, e le parole di padre Topio ne sono cariche.

Come ultima cima di questa avventura puntiamo l’Ala Derecha del Condoriri, 5580. Una cima più bassa, ma più tecnica. Per aggiungere un po’ di avventura dormiamo in un rifugio a 4700m. Il nostro corpo ormai è abituato e anche a questa quota siamo riusciti a riposare bene. Il rifugio è sulle rive del lago Janko kota. Completamente vuoto. Dentro c’è solo l’ essenziale: tavolo, cucina da campo e materassi per terra al piano superiore. Mike e Rafa spendono gran parte del pomeriggio per cercare di accendere il fuoco. La poca legna che abbiamo trovato è umida, e accendere un fuoco a questa quota non è così facile. Ma la perseveranza ripaga gli audaci ed eccoci seduti davanti al fuoco a guardare le stelle cadenti.

La mattina successiva iniziamo a camminare sotto la luce delle frontali. L’avvicinamento è lungo e ci porterà all’inizio del ghiacciaio con i primi raggi dell’alba. Decine di metri di altezza del ghiacciaio finiscono in un lago pieno mini iceberg. Lo aggiriamo e mettiamo gli sci. È una giornata stupenda e l’Ala Derecha si rivelerà più delicata del previsto. Crepacci e un ultimo tratto ripido su neve dura da affrontare con picca e ramponi. Una combinazione perfetta per portarci a casa l’ultima avventura boliviana. Dalla cima si vede fino al lago Titicaca. Pendii ocra e lagune di un azzurro intenso. Scatto a più non posso mentre Marco fa volare il drone. Mike e Rafa sono a loro volta entusiasti. Scendendo troviamo la parte più ripida con neve dura, divertente e di soddisfazione, mentre nella parte passa ci aspetta Firn plaisir.

 

Arrivati alla fine di molti viaggi si ha la sensazione che magari si potevano fare delle cose diversamente, ma questa volta non è cosi. Si, forse un pelo di pazienza in più per acclimatarsi non sarebbe guastata, ma a parte questo non cambierei nulla. È stato tutto bellissimo. 

Durante il rientro al rifugio veniamo accolti da una grandinata e abbiamo come la sensazione che sia la montagna a dirci che è ora di tornare a casa, e goderci quanto vissuto.

È come se la Bolivia ci stesse salutando. Ma è solo un arrivederci. L’autenticità di questo posto si è già creata uno spazio importante nei nostri occhi e nei nostri cuori.

Un grazie infinite a chi ha reso possibile questo viaggio: Miriam, Daniela, Huanca, Alvaro, Denis, Edgar, Sabino, Dani, Iveth, Petra, Bernardo, Ketty e padre Topio per quello che avete fatto per noi. Siete tutte persone speciali con un grande cuore. Grazie a Rafa e Mike per aver creduto in noi, per le cime, le belle sciate, la fatica condivisa, le mille risate e i lunghi trasferimenti in macchina. Grazie di cuore ragazzi e alla prossima avventura.

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